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Quando viaggiare era fantascienza

Luoghi misteriosi, mostri, città perdute.

Dalla notte dei tempi il viaggio rappresenta per l’essere umano la sfida alle proprie paure più ancestrali. Già la cultura classica cita le Colonne d’Ercole come luogo invalicabile, dove il mondo conosciuto finisce: è proprio oltre questo confine che Platone assicura trovarsi Atlantide, mitica terra abitata da uomini altamente evoluti. Ulisse, eroe dell’Odissea di Omero, è invece confinato a perlustrare in lungo e in largo il Mediterraneo sulla via di casa, non senza imbattersi in meravigliose e recondite regioni.

Duemila anni più tardi Cristoforo Colombo arriva a lambire le terre americane sbarcando su una piccola isola delle Bahamas, ma non è il primo: Erik il rosso, leggendario vichingo in esilio, ha già aperto un varco verso l’America nel 985, anno in cui si insedia nell’attuale Groenlandia. Nel sedicesimo secolo nasce la leggenda che esista, nel cuore impraticabile della foresta sudamericana, un luogo colmo d’oro e pietre preziose, che i conquistadores chiamano El Dorado.

L’illuminismo porta un’insaziabile voglia di conoscenza e comprensione del diverso: Jonathan Swift scrive “I Viaggi di Gulliver”, un romanzo ironico e satirico che narra le vicende del medico Lemuel Gulliver, il quale in seguito ad un naufragio si imbatte in popolazioni di esseri umani alti appena quindici centimetri. Il protagonista si troverà successivamente a rapportarsi con uomini giganteschi e, non pago, arriverà a conoscere città volanti, esseri immortali, cavalli parlanti ed aberrazioni umane.

Nel 1783 i fratelli Montgolfier scoprono che è possibile sollevarsi da terra grazie ad un flusso di aria calda convogliata all’interno di un pallone: per la prima volta il mondo può essere visto dall’alto. Hanno inizio le grandi esplorazioni scientifiche dell’epoca vittoriana e del ventesimo secolo. Gli esploratori di ritorno (molti avventurieri scompaiono, lasciandosi tutto alle spalle) raccontano dei luoghi esotici, animali prodigiosi e delle sfaccettate popolazioni dell’Africa nera, del Medio e dell’Estremo Oriente. Con la fotografia (e i falsi fotografici) si rafforzano le dicerie riguardanti creature misteriose, piante mangiatrici di uomini, mostri marini e santoni dotati di incredibili poteri metafisici.

Nel 1873, dieci anni prima del viaggio inaugurale del treno Orient Express, che arriverà a congiungere Londra a Costantinopoli, Jules Verne pubblica il suo “Giro del Mondo in 80 giorni”. Il romanzo narra le avventure di Phileas Fogg che, scommettendo con alcuni amici, è convinto di poter compiere un viaggio intorno al globo in meno di tre mesi per mezzo di ferrovie e battelli a vapore. Fantascienza, appunto. Fogg è fin troppo ottimista, non curandosi dei numerosi (ed inevitabili) imprevisti che i viaggi dell’epoca possono riservare, ma consapevole del progressivo accorciarsi delle distanze attraverso l’ingegno e la tecnologia.

Emilio Salgari si trova tra le nebbie della Pianura Padana, ma il suo pensiero vola lontano, in direzione di terre conosciute solo attraverso racconti e disegni, posti che lo scrittore non vedrà mai con i propri occhi: un oriente favolistico, incontaminato, spesso ostile rispetto agli stranieri che ne insidiano le terre: nascono grandi classici della letteratura come “I Pirati della Malesia” del 1896 ed “Il Corsaro Nero” del 1898.

I Pirati della Malesia 1896

Poco dopo il cinema celebra l’esplorazione del fantastico con “Viaggio attraverso l’impossibile” (1904) capolavoro di Georges Méliès che è un inno ai mezzi che rendono possibile spostarsi attraverso lunghe distanze. Gli itinerari fantastici sono molto cari al cinema: film come “Ventimila leghe sotto i mari” (1954) e “Viaggio al centro della Terra” (1959) oppure “il settimo viaggio di Simbad” (1958) e “Gli Argonauti” (1963), entrambi impreziositi dagli effetti visivi di Harryhausen. Dopo gli orrori di due guerre mondiali, il mondo si appresta a rendere possibile l’inimmaginabile.

Gli argonauti

In un mondo sempre più minuscolo e nel quale le grandi potenze mondiali guardano avidamente allo Spazio, lo scrittore Roald Dahl (il cui nome di battesimo è un omaggio all’esploratore norvegese Roald Amundsen) riserva una piccola nota poetica dedicata alle terre sconosciute nel suo romanzo “La fabbrica di cioccolato”. Nel 1964 Dahl narra degli Umpa Lumpa, immaginaria popolazione di buffi uomini che Willy Wonka incontra su una sperduta isola dell’Oceano Pacifico.

Il 4 novembre 1970 il cielo è squarciato dal boato supersonico del Concorde: è l’allucinazione di un mondo nel quale eleganti uomini d’affari potranno transitare da Parigi a New York in poco più di tre ore sorseggiando champagne. Per ironia del destino, nessuno può immaginare che il futuro non giungerà alla velocità del suono, ma bensì a quella della luce. Attraverso i cavi in fibra ottica e rimbalzando da un satellite all’altro, le distanze tra i luoghi e le persone si annulleranno, conducendo inevitabilmente al termine della millenaria, misteriosa e fantastica esplorazione del nostro pianeta. Proprio qui, sullo schermo dei vostri smartphone e dei vostri computer.