Nel linguaggio astronautico, EVA è l’acronimo di Extravehicular Activity (attività extraveicolare) e indica qualunque operazione compiuta da un astronauta al di fuori del proprio veicolo spaziale. Nella realtà è una delle manovre più pericolose e delicate mai concepite: ogni movimento deve essere pianificato con precisione millimetrica, ogni errore può trasformarsi in una catastrofe. Al cinema, invece, la EVA è diventata uno dei momenti più iconici della fantascienza, un simbolo di isolamento, coraggio e meraviglia. Rappresenta il fragile equilibrio tra l’uomo e l’immensità dello Spazio. In questo articolo elencherò i principali film che contengono sequenze di attività extraveicolare, anche perché sarebbe impossibile elencarli tutti: dagli anni ’50 ad oggi, il cinema di fantascienza ne ha presentate centinaia, ciascuna con una propria interpretazione e stile.

I veri rischi dell’attività extraveicolare
Dietro la spettacolarità cinematografica si nasconde una realtà estremamente complessa e pericolosa. Ogni EVA reale comporta rischi enormi: depressurizzazione, collisioni con micrometeoriti, malfunzionamenti della tuta, o guasti al sistema di raffreddamento. La temperatura nello Spazio può variare da +120 °C a –150 °C, e la sola sopravvivenza dipende da un equilibrio delicatissimo di pressione e circolazione dei fluidi. Le tute spaziali moderne sono vere astronavi personali, dotate di un circuito a liquido per mantenere costante la temperatura corporea, ma anche questo sistema può fallire.
Nel 2013, durante una missione sulla Stazione Spaziale Internazionale, l’astronauta Luca Parmitano rischiò di annegare nel proprio casco a causa di una perdita nel circuito di raffreddamento. L’acqua gli coprì naso e bocca, costringendolo a rientrare d’urgenza. Fu un episodio che ricordò al mondo quanto ogni EVA resti un’impresa ai limiti della sopravvivenza.

Le prime EVA della storia
La prima attività extraveicolare della storia fu compiuta il 18 marzo 1965 dal cosmonauta sovietico Alexei Leonov. Durante la missione Voskhod 2, rimase sospeso nello Spazio per dodici minuti, collegato alla navicella da un cavo. A causa dell’espansione dei guanti della tuta, non riuscì più a rientrare nel portello e dovette sfiatare manualmente ossigeno per ridurne il volume. Riuscì a salvarsi per pochi secondi.

La prima EVA americana avvenne poco dopo, il 3 giugno 1965, durante la missione Gemini 4. L’astronauta Edward H. White II fluttuò per ventitré minuti manovrando con una piccola pistola a gas.

Alle origini del sogno spaziale
All’inizio del ‘900, il cinema guardava già alle stelle. Georges Méliès, con Viaggio nella Luna (Le Voyage dans la Lune, 1902), immaginava uomini che scendevano sulla Luna come in un sogno teatrale. Fritz Lang, nel suo Una donna sulla Luna (Frau im Mond, 1929), portava per la prima volta sullo schermo una visione più ingegneristica della conquista spaziale. Quelle non erano ancora vere EVA: erano esplorazioni “fantastiche”, più poetiche che tecniche.

Gli anni ’50: il primo passo nel vuoto
Con l’arrivo della Guerra Fredda e della corsa allo Spazio, anche il cinema cambiò tono. Uomini sulla Luna (Destination Moon, 1950), prodotto da George Pal, fu il primo film a rappresentare una passeggiata spaziale realistica. La sequenza in cui gli astronauti escono dal veicolo per riparare un’antenna, muovendosi con stivali magnetici e respirando ossigeno da bombole esterne, segnò una svolta. Non c’erano mostri né invasioni aliene: solo uomini e tecnologia alle prese con il vuoto assoluto. È considerata la prima realistica EVA filmica della storia del cinema, e da quel momento in poi molti altri film avrebbero inserito al loro interno sequenze di attività extraveicolare, un elemento visivo e drammatico diventato presto imprescindibile.
Sono così tanti che è impossibile elencarli tutti, eccone alcuni:







Gli anni ’60: il realismo
Negli anni ’60, con la corsa allo Spazio ormai realtà, dopo le prime missioni svolte, Hollywood inseguì la verosimiglianza. Tra i film più importanti con EVA spiccano sicuramente: 2001: Odissea nello Spazio (1968), che portò la rappresentazione dell’attività extraveicolare a un livello mai raggiunto fino ad allora. Le scene in cui l’astronauta Frank Poole fluttua nello Spazio senza suoni né esplosioni: un realismo quasi documentaristico che nessuno aveva mai osato prima.


Subito dopo, Abbandonati nello Spazio (Marooned, 1969) mostrò un dramma tutto umano: tre astronauti bloccati in orbita, costretti a uscire nel vuoto per sopravvivere. La EVA, da gesto eroico, diventava una lotta disperata contro la morte.

Nel corso del decennio, il concetto passeggiata nello Spazio divenne un ingrediente ricorrente, non prerogativa solo dei film ad alto budget. Molti film di fantascienza adottarono l’idea dell’astronauta che lavora, rischia, fluttua fuori dalla navicella, in maniera più o meno realistica. Ci sono tanti altri titoli, a basso budget e/o meno celebri, che in alcuni casi contengono EVA, eccone alcuni:







Anni ’70 e ’80: dallo spirito pionieristico al realismo tecnico
Negli anni ’70 e ’80, la fantascienza cinematografica abbandona i toni pionieristici degli anni ’50 e ’60, perché dopo i primi allunaggi l’esplorazione dello Spazio non è più soltanto sogno o promessa, ma realtà concreta. I film iniziano così ad abbracciare un immaginario più industriale e realistico dei viaggi spaziali, dove l’eroismo lascia spazio alla procedura, alla fatica e ai rischi di una tecnologia imperfetta. Lo Spazio non è più una frontiera da conquistare, ma un ambiente ostile: un luogo di isolamento, di tensione e di sopravvivenza. In questo contesto, i rischi dell’attività extraveicolare diventano spesso il momento chiave di pericolo, un frammento di silenzio sospeso tra vita e morte.
L’EVA appare in parecchi titoli del periodo, ciascuno a suo modo legato al tema del lavoro o del pericolo nello Spazio profondo.
In 007 – Moonraker (1979), capitolo fantascientifico della saga di James Bond, l’agente 007 e i suoi avversari si affrontano durante un duello in orbita: una rappresentazione spettacolare e volutamente eccessiva della passeggiata spaziale, resa possibile grazie all’impiego di miniature.




In Star Trek: The Motion Picture (1979) una delle scene più memorabili è l’EVA di Spock, che lascia l’Enterprise con una tuta a propulsori per entrare nel misterioso V’Ger. La passeggiata nello Spazio è trattata come rito conoscitivo: Spock tenta persino un una fusione mentale con l’entità, intuendone la sua natura profonda prima di essere ricondotto a bordo dell’Enterprise. È una scena essenziale del film: niente enfasi bellica, ma curiosità scientifica e smarrimento metafisico davanti a un’intelligenza non umana.


Tra i film più rappresentativi del periodo spicca senza dubbio Atmosfera Zero (Outland, 1981), diretto da Peter Hyams. Ambientato in una colonia mineraria su Io, la luna di Giove, vengono mostrati i rischi letali della depresurizzazione, seppur accentuati come “licenza fantascientifica”. Il film mostra inoltre una sequenza memorabile in cui Sean Connery, nei panni del commissario O’Niel, affronta un sicario all’esterno della stazione. È una delle rare EVA usate come duello, girata con grande senso di realismo fisico: un combattimento nel vuoto in cui la depressurizzazione diventa un’arma letale.


Nel più realistico 2010 – L’anno del contatto (2010: The Year We Make Contact, 1984), anch’esso diretto da Hyams, sequel ufficiale del capolavoro di Kubrick, gli astronauti compiono diverse manovre esterne all’astronave per riattivare i sistemi e affrontare il misterioso monolito orbitante intorno a Giove. Le EVA di questo film riprendono lo spirito scientifico e la calma operativa di 2001, ma con una tensione più umana e narrativa.


In Space Vampires (Lifeforce, 1985), il tema dell’attività esterna si lega invece al fanta-horror: un equipaggio in EVA scopre un’astronave aliena piena di corpi ibernati, preludio a un incubo fantascientifico di tutt’altra natura.



Nel periodo delle EVA dello Space Shuttle, il più leggero Space Camp – Gravità zero (SpaceCamp, 1986) introduce il pubblico giovane al fascino delle passeggiate spaziali, mostrando gli allievi di un campeggio per ragazzi a tema astronautico della NASA costretti a improvvisare uscite extraveicolari reali dopo un incidente. Le sequenze, girate con la consulenza della stessa agenzia spaziale, mostrano tute, movimenti e ambientazioni estremamente fedeli ai protocolli autentici.

In Atto di forza (Total Recall, 1990), le scene di depressurizzazione sul suolo marziano rappresentano un momento iconico, in cui la fisica lascia spazio alla licenza fantascientifica: i corpi si deformano in modo esasperato, gli occhi si dilatano, i volti si gonfiano, accentuando la drammaticità dell’azione più che la attendibilità scientifica. Queste scelte, pur volutamente eccessive, contribuiscono a sottolineare l’intensità del momento e il senso di pericolo assoluto legato al vuoto. È probabile che l’ispirazione provenga da Atmosfera Zero (1981), in cui esplosioni corporee e decompressioni violente avevano già mostrato, in chiave più cupa, le conseguenze estreme dell’esposizione al vuoto spaziale.



Negli anni ’70, ’80 e ’90, l’attività extraveicolare diventa un espediente visivo e narrativo potente, capace di unire il fascino dell’esplorazione al terrore del vuoto. Le EVA non sono più solo esercizi tecnici o momenti di meraviglia scientifica: diventano strumenti di tensione e dramma, capaci di attirare il pubblico adulto e più disincantato verso la fantascienza di quel periodo.
Il nuovo millennio: l’avvento della CGI e la spettacolarità del vuoto
Con l’avvento del compositing digitale e della CGI, le EVA tornarono al centro della scena.
Nel 2000, Mission to Mars offrì spettacolari sequenze di camminate spaziali e incidenti in orbita. Le nuove tecnologie permisero di rappresentare movimenti più realistici, con rotazioni lente e oggetti in microgravità. Sebbene alcune dinamiche restassero semplificate, il cinema ritrovò il piacere di raccontare il vuoto come ambiente fisico credibile.


Nello stesso anno, Space Cowboys riportò in scena un’astronautica più tradizionale, con un forte senso di nostalgia. Le sequenze ambientate nello Spazio, realizzate con effetti speciali pratici, ma sostenute da effetti digitali, conservarono un realismo sobrio, mostrando la fisicità delle attività extraveicolari e il peso emotivo del vuoto.


La rivoluzione di Gravity (2013)
Con Gravity, Alfonso Cuarón ridefinì completamente la rappresentazione dell’attività extraveicolare. Il film si apre con una sequenza di tredici minuti senza tagli, in cui gli astronauti interpretati da Sandra Bullock e George Clooney lavorano all’esterno dello Shuttle, quando una pioggia di detriti spaziali distrugge la navicella. Molti astronauti e tecnici della NASA non considerarono Gravity scientificamente accurato, sottolineando come il film prenda diverse libertà tecniche. Tuttavia, quasi tutti concordano su un punto: la sequenza iniziale dell’attività extraveicolare è, ancora oggi, la migliore rappresentazione cinematografica di una EVA mai realizzata. Cuarón riuscì a fondere realismo fisico, emozione e senso di isolamento in modo inedito, catturando la sensazione di trovarsi sospesi nel vuoto meglio di qualunque altro film precedente. Anche chi ne criticò gli aspetti scientifici ammise che Gravity restituì con potenza senza precedenti la percezione sensoriale e psicologica dell’essere soli nello Spazio.










