Alien: Earth è stata una serie praticamente zoppa fin dall’inizio, per la mancanza di dettagli pratici e per una scrittura che sembrava più preoccupata di filosofeggiare che di costruire un racconto solido. Solo nella recensione dei primi due episodi avevo mantenuto un tono ottimistico, sperando che la direzione non fosse quella che poi purtroppo si è confermata. La cosa più drammatica, in mezzo a tutti i difetti, è stata vedere lo Xenomorfo ridotto a una sorta di gattino ammaestrato, privo di quell’aura letale e implacabile che lo ha reso un’icona del cinema di fantascienza.
Ed è ancora più incredibile che una parte del pubblico abbia addirittura giustificato questo tipo di scrittura. Il pubblico più rilassato e meno attento ha apprezzato la serie, ma chi ha seguito con maggiore attenzione si è irritato per il senso di presa in giro da parte di tale scrittura, che con presunzione ha costellato la serie di errori ingenui e situazioni parodistiche poco credibili.
L’ottavo episodio, “The Real Monsters”, avrebbe dovuto chiudere il cerchio almeno per qualche situazione. Invece, come ci si aspettava, si limita a preparare la stagione successiva, lasciando troppi nodi in sospeso e trasformando il finale in un cliffhanger travestito da conclusione. Una scelta che svilisce il percorso compiuto fino a qui e che conferma quanto questa serie non abbia mai davvero saputo cosa voleva essere.
La scrittura continua ad appoggiarsi su scorciatoie narrative e momenti forzati. Morrow viene catturato e lasciato in cella senza logica, mentre i personaggi prendono decisioni dettate più dalla necessità del copione che dalla coerenza interna. Anche l’idea che i veri mostri siano gli esseri umani stessi rimane abbozzata: un concetto interessante, ma mai sviluppato con la forza necessaria. L’introduzione del nuovo mostro, il “polpocchio”, non aggiunge nulla, anzi inflaziona e banalizza lo Xenomorfo come creatura iconica, subendo inoltre in questa serie una parziale “umanizzazione”. Il risultato è un episodio che manca di impatto emotivo e di senso di chiusura. Il ritmo è frammentato e le rivelazioni, anziché sorprendere, suonano prevedibili o poco interessanti.

Il problema non riguarda solo l’ultimo episodio: è l’intera stagione a non reggere. Un grande potenziale visivo, ma vuoto al momento di tirare le somme. I personaggi sono stati scritti in modo stereotipato, con dialoghi deboli e comportamenti che spesso rasentano il ridicolo, mentre le sottotrame si moltiplicano senza mai trovare una vera direzione. Persino i richiami culturali, da Peter Pan a canzoni anni ’80, appaiono come inserti forzati più che come elementi integrati.
Con l’8* episodio la stagione non si chiude, ma semplicemente si interrompe, lasciando la sensazione di aver assistito a otto episodi che promettevano molto e hanno mantenuto ben poco. L’assenza di tensione, la mancanza di coerenza interna e soprattutto lo svilimento dello Xenomorfo come creatura temibile rendono questa prima stagione una grande occasione sprecata.
Eppure, nonostante le critiche, è quasi certo che verrà realizzata una seconda stagione, e forse persino una terza, proprio perché il pubblico meno attento ha apprezzato la serie. Ma per chi osserva con più attenzione, la sensazione rimane quella di essere stati presi in giro: errori ingenui, situazioni parodistiche poco credibili e la presunzione di uno sceneggiatore che sembra non aver compreso davvero cosa significhi portare avanti un franchise come Alien.








