Arrival (2016) di Denis Villeneuve è uno dei film sugli incontri con extraterrestri meno banali usciti negli ultimi anni. In un filone che spesso torna su formule prevedibili, il complotto alla X-Files, l’incontro mistico e buonista alla Spielberg, oppure la minaccia aliena con azione e distruzione, Villeneuve sceglie un’altra strada più riflessiva, concentrata sul mistero della comunicazione più che sull’impatto del contatto.
Tra i suoi punti di forza ci sono le idee di partenza e alcune sequenze molto riuscite. Le astronavi aliene, simili a monoliti sospesi, hanno una forte presenza visiva, mentre la lingua degli extraterrestri, fatta di segni enigmatici, è uno degli elementi più originali del film. Arrival è fantascienza adulta: conserva il senso di mistero e meraviglia, collegandolo a domande sul linguaggio, sul tempo, sulla memoria e sul modo in cui interpretiamo ciò che non comprendiamo.

Il film è valorizzato dall’ottima interpretazione di Amy Adams, decisiva nel dare peso emotivo alla vicenda. La sua interpretazione è misurata e lavora sulle sfumature. Accanto a lei ci sono Jeremy Renner, nel ruolo del fisico Ian Donnelly, Forest Whitaker, in quello del colonnello Weber.
La regia tipica di Villeneuve, la fotografia controllata e la musica costruiscono un’atmosfera sospesa e malinconica. L’ambizione filosofica del racconto non resta astratta, perché tratta temi concreti come il lutto, la paura dell’altro, la necessità di comunicare prima di giudicare o reagire con violenza.

Arrival non procede come un classico film di invasione aliena. Segue invece un ritmo più immersivo, in cui la tensione nasce dall’attesa, dall’interpretazione dei segni e dall’incertezza politica e militare che circonda il contatto. È questa scelta a distinguerlo dalla fantascienza più ordinaria.
Sembra strano dirlo, ma tra i suoi pregi c’è anche la durata: un’ora e 56 minuti. In un periodo in cui molti film tendono ad allungarsi oltre le due ore e mezza, Arrival scorre senza sembrare diluito.
La sceneggiatura, firmata da Eric Heisserer, è tratta dal pluripremiato racconto Story of Your Life dello scrittore statunitense Ted Chiang, uno dei testi più raffinati sul rapporto tra linguaggio, percezione e tempo.
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