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Rane e cyborg: arrivano gli xenobot

xenobot

Suscita clamore la notizia secondo la quale alcuni scienziati dell’Università del Vermont sarebbero stati in grado di produrre un organismo definito “robot vivente”. Attraverso un algoritmo ricercatori hanno riorganizzato alcune cellule embrionali di rana tramite l’uso di un computer, riuscendo a far svolgere a queste funzioni diverse da quelle per cui sono nate.

Le cellule di xenobot (nome derivato dalla specie di rana xenopus laevis) sono state programmate attraverso l’uso di pinze ed elettrodi. La speranza è, ovviamente, quella di un uso in campo medico e ambientale: quello che tuttavia ha pervaso la mente di molti è ben più inquietante.

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Dalle prime ore di questa straordinaria notizia ci si è interrogati sui rischi che un’operazione di questo tipo potrebbe implicare. Vengono subito alla mente titoli di film come Blade Runner (1982) e Terminator (1984) nei quali organismi biologici artificiali sfuggono al controllo dei propri creatori, seppur con modalità diverse.

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Molto spesso cinema e letteratura si sono interrogati sulle conseguenze di un genere umano che si eleva a demiurgo. Già nel 1818 Mary Shelley descriveva gli eventi nefasti legati alla nascita del mostro di Frankenstein, probabilmente impressionata dagli studi condotti da Luigi Galvani sull’elettricità animale; lo stesso Galvani che (profeticamente) utilizzò il corpo dissezionato di una rana per compiere il suo celebre esperimento.

Un lungo filo conduttore porta l’essere umano ad interrogarsi sull’opportunità di creare artificialmente la vita: dalle rane di Galvani a quelle dell’Università del Vermont, dove possiamo realmente collocare un limite etico invalicabile?