Disponibile da poco su Amazon Prime Video, Mercy è un thriller fantascientifico che richiama abbastanza chiaramente Minority Report, ma con delle varianti notevoli. La similitudine più evidente non sta in una giustizia che previene il delitto, quanto nel percorso del protagonista: anche qui l’uomo al centro della storia è costretto a scagionarsi e a lottare contro un sistema che lo considera già colpevole. Però Mercy sceglie una strada diversa, più chiusa e meno visionaria, concentrandosi soprattutto sul giudizio automatizzato e sulla sorveglianza.
Sul piano visivo il film insiste su immagini da telecamere, dispositivi, riprese di sorveglianza e punti di vista elettronici, ricordando quel cinema costruito quasi interamente attraverso webcam, dashcam e monitor, tranne nella parte finale dove la regia torna a essere più tradizionale e cinematografica. È una scelta coerente con il tema del controllo, anche se a volte rende il tutto un po’ freddo.
Il limite principale di Mercy sta soprattutto nella scrittura: gli spunti sono buoni, ma la sceneggiatura tende a semplificare troppo i temi più interessanti e non approfondisce quanto potrebbe il rapporto tra individuo, tecnologia e verità. Anche i personaggi, pur funzionando nel meccanismo del racconto, non restano davvero impressi. Inoltre, senza fare spoiler, sono presenti alcune forzature per fornire colpi di scena.
Detto questo, il film ha un pregio importante: non è noioso. Pur senza essere particolarmente originale o profondo, mantiene un ritmo discreto, si segue con facilità e alla fine fa il suo lavoro come intrattenimento.








