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Eco-distopie e crisi delle risorse: la fantascienza anni ’70 che ci mise davanti il futuro

2002: la seconda odissea
2002: la seconda odissea (Silent Running, 1972)

Nei primi anni ’70 il cinema di fantascienza comincia a cambiare tono. L’ottimismo spaziale dell’epoca di 2001: Odissea nello Spazio lascia il posto a una riflessione più cupa e concreta: il futuro non è più una promessa di progresso, ma un avvertimento. I film di questo periodo mettono in scena un’umanità che ha già superato il limite, che paga le conseguenze del proprio sfruttamento del pianeta e della propria arroganza tecnologica.
Questo filone prende spunto da varie pubblicazioni, tra le quali, una delle più note è The Population Bomb di Paul R. Ehrlich e Anne Howland Ehrlich (1968), uno studio che prevedeva carestie mondiali dovute alla sovrappopolazione, così come altri importanti sconvolgimenti sociali.

The Population Bomb book by Paul R. Ehrlich e Anne Howland Ehrlich (1968)

Oltre alla pubblicazione citata, l’interesse dei registi e degli sceneggiatori verso i temi della sovrappopolazione, della scarsità di risorse e del collasso ambientale si alimentò di un più ampio clima culturale. Nel 1972 il Club di Roma diffuse I limiti dello sviluppo, studio commissionato al MIT che, tramite modelli sistemici, mostrava come crescita economica, uso delle risorse e inquinamento potessero convergere verso scenari di crisi. Pochi mesi dopo, la crisi petrolifera del 1973 rese concreta la fragilità energetica dell’Occidente, portando nell’immaginario quotidiano concetti come razionamento e dipendenza da risorse finite.

Rachel Carson Primavera silenziosa (1962)

In precedenza, già negli anni ’60, aumentò l’attenzione verso questo argomento: Rachel Carson, con Primavera silenziosa (1962), rese popolare il nesso tra chimica industriale, biosfera e salute pubblica; nella fantascienza letteraria J. G. Ballard, con Il mondo sommerso (1962), e Harry Harrison, con Largo! Largo! (1966), base narrativa per 2022: i sopravvissuti, avevano esplorato i possibili esiti dello sfruttamento ecologico e della crescita demografica. Sul piano sociale venne istituita la Giornata della Terra (22 aprile 1970), nacquero le principali associazioni ambientaliste e crebbe la presenza di scienziati nei media, favorendo una maggiore attenzione per i dati, la modellizzazione e la previsione. È dentro questo intreccio di scienza dei sistemi, crisi reali e immaginario letterario che il cinema degli anni ’70 trovò lo spunto per l’eco-distopia: città congestionate, territori invivibili, risorse privatizzate, ordini sociali rigidi e tecnologie presentate come necessarie ma ambigue.

Quelli che seguono sono i titoli più significativi del filone eco-distopico, perché l’elenco completo sarebbe lunghissimo. Questi film rappresentano in modo esemplare le diverse sfumature di un tema comune: la paura del collasso ecologico e morale dell’uomo.

2002 la seconda odissea (Silent Running 1972)
2002 la seconda odissea (Silent Running 1972)

Uno dei titoli più emblematici di questa tendenza è 2002: la seconda odissea (Silent Running, 1972), diretto da Douglas Trumbull, già collaboratore di Kubrick per gli effetti speciali di 2001. Ambientato in un futuro prossimo in cui la vegetazione terrestre è quasi scomparsa, il film racconta la storia dell’ecologista Freeman Lowell, unico custode delle ultime foreste rimaste, conservate in gigantesche serre orbitanti. Quando gli viene ordinato di distruggere anche quelle, per ragioni economiche, l’uomo sceglie di ribellarsi, intraprendendo un viaggio solitario nello spazio insieme a tre piccoli robot che diventano i suoi unici compagni. Trumbull costruisce un racconto poetico e malinconico, in cui la riflessione ecologista si fonde con il tema del sacrificio personale e della perdita irrimediabile del legame con la natura. Un film che, già nel 1972, anticipava le ansie ambientali dei decenni successivi e ci costringeva a porci una domanda scomoda: cosa resterà di noi se la natura dovesse sparire?

2000 la fine dell’uomo (No Blade of Grass) 1970
2000 la fine dell’uomo (No Blade of Grass) 1970

Due anni prima, nel 1970, Cornel Wilde aveva firmato un’opera ancora più cupa: 2000: la fine dell’uomo (No Blade of Grass). Qui il disastro non arriva dallo Spazio, ma da un virus che distrugge tutte le piante appartenenti alla famiglia delle graminacee come grano, riso, mais. L’umanità si ritrova improvvisamente senza cibo, e la civiltà collassa nel giro di poche settimane. Il film segue la fuga di un uomo e della sua famiglia attraverso un’Inghilterra devastata, dove la fame e la paura dissolvono ogni residuo di moralità. Wilde adotta un tono realistico e brutale, mostrando il crollo dell’ordine sociale e la progressiva disumanizzazione dei sopravvissuti. È un viaggio nella disperazione, un racconto senza eroi che riflette l’angoscia del tempo in cui fu girato.

ZPG, un mondo maledetto fatto di bambole (Zero Population Growth, 1972)
ZPG, un mondo maledetto fatto di bambole (Zero Population Growth) 1972

ZPG, un mondo maledetto fatto di bambole (Zero Population Growth) del 1972, di Michael Campus, viene mostrato un futuro sovrappopolato e tossico, dove il governo mondiale decreta un divieto assoluto di procreazione per trent’anni. Le coppie devono sostituire i figli con bambole artificiali, mentre le nascite naturali vengono punite con la morte. In questo scenario, una giovane coppia decide di disobbedire. Girato con budget limitato ma idee ambiziose, il film traduce in immagini l’angoscia demografica che aleggiava in quegli anni, tra timori malthusiani e dibattiti su controllo delle nascite. L’estetica è cupa, quasi televisiva, ma il messaggio resta incisivo: la procreazione come atto di ribellione in una società che ha smarrito il senso della continuità umana.

2022 i sopravvissuti (Soylent Green) 1973
2022 i sopravvissuti (Soylent Green) 1973

Nel 1973, Richard Fleischer firma 2022: i sopravvissuti (Soylent Green), probabilmente il più celebre tra i film di questo filone. In una New York sovrappopolata e soffocata dall’inquinamento, le risorse naturali sono ormai esaurite e la maggior parte della popolazione sopravvive grazie a un alimento sintetico prodotto da una misteriosa corporazione. L’indagine di un detective porterà alla scoperta di un segreto agghiacciante, legato proprio alla produzione di quel cibo. Fleischer mescola il noir con la distopia sociale, dando vita a una delle immagini più potenti e inquietanti del cinema degli anni Settanta: una società ridotta a cannibalizzare se stessa.

Apocalypse 2024 – Un ragazzo, un cane, due inseparabili amici (A Boy and His Dog) 1975

Apocalypse 2024 – Un ragazzo, un cane, due inseparabili amici (A Boy and His Dog, 1975) di L.Q. Jones, tratto dal racconto di Harlan Ellison. Il film racconta di Vic (un giovane Don Johnson) e il suo cane telepatico Blood, che vagano in un mondo postatomico devastato dalla guerra. Il loro legame, ironico e cinico, diventa il cuore di una parabola amara sull’istinto di sopravvivenza e sul lato oscuro della civiltà. Tra satira e nichilismo, il film mescola elementi di western, grottesco e fantascienza, evocando un futuro arido non solo per l’ambiente, ma per l’etica stessa. Spietato, provocatorio e molto anni ’70, il film anticipa temi poi ripresi da Mad Max e da molta fantascienza post-apocalittica successiva.

Tutti questi film condividono una serie di temi ricorrenti. Il primo è la crisi delle risorse: che si tratti di piante, cibo o spazio vitale, l’umanità si trova sempre sull’orlo dell’esaurimento. C’è poi la paura del contagio, biologico o morale, e la rappresentazione di un mondo dove le differenze sociali si trasformano in barriere insormontabili. In ogni storia, il protagonista deve affrontare una scelta morale estrema, spesso in opposizione alla società stessa.
Pur immersi in visioni pessimistiche, questi film hanno avuto una funzione preziosa: ci hanno permesso di guardare in faccia il futuro che stavamo costruendo. Ancora oggi, rivederli significa interrogarsi sul presente, su quanto poco sia cambiato da allora, e su quanto vicino resti il punto di non ritorno.