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Il Pianeta Proibito compie 70 anni

Il Pianeta Proibito (Forbidden Planet) 1956

Quest’anno Il Pianeta Proibito (Forbidden Planet) compie 70 anni, e l’anniversario è il pretesto perfetto per tornare a guardarlo da vicino, non con nostalgia, ma con la curiosità di chi vuole capire da dove nasce la fantascienza moderna al cinema. Questo è il primo di una serie di articoli speciali che pubblicherò nel corso dell’anno: perché Il Pianeta Proibito è stato un titolo influente per il panorama sci-fi, una svolta per l’immaginario, messa in scena, effetti speciali e perfino per le colonne sonore associate al genere.
Uscito nel 1956 e prodotto dalla MGM, diretto da Fred M. Wilcox e interpretato da Walter Pidgeon, Anne Francis e Leslie Nielsen, è un film che porta sullo schermo uno Spazio più credibile rispetto alle pellicole precedenti, capace di rendere ancora più misteriosi e inquietanti i momenti in cui l’ignoto si avvicina.

Il pianeta proibito (Forbidden Planet) del 1956

Quando si parla dei “primati” de Il Pianeta Proibito, non si tratta solo di elencare record, ma di capire quale lessico nuovo abbia messo a disposizione del genere.
Per esempio, il film è ricordato come la prima rappresentazione cinematografica di un’astronave futuristica umana capace di viaggiare più veloce della luce: non un dettaglio da nerd, ma un salto concettuale che spalanca l’interstellarità come scenario narrativo praticabile e lo sottolinea anche lo Smithsonian.
Poi c’è la scelta, oggi normalissima, di ambientare la storia interamente su un pianeta lontano, in orbita attorno a un’altra stella: Altair IV non è un fondale, è un mondo chiuso, isolato, che obbliga i personaggi (e lo spettatore) a restare lì, e a fare i conti con i misteri del luogo.
Il Pianeta Proibito è stato il primo film con una colonna sonora totalmente elettronica, realizzata da Bebe e Louis Barron: una scelta radicale che rende l’ambiente davvero alieno, fatto di pulsazioni, echi, vibrazioni. Non solo un accompagnamento, ma parte dell’ambiente.
Infine Robby the Robot: uno dei primi robot davvero memorabili del cinema perché non è solo un accessorio, ma un comprimario con presenza e identità. È uno di quei personaggi che al di fuori del film continuano a vivere nella cultura pop.

Il Pianeta Proibito 1956

Nel XXIII secolo la nave C-57D arriva su Altair IV per scoprire che fine abbia fatto la spedizione precedente. Ad accoglierli c’è il dottor Edward Morbius, superstite insieme alla figlia Altaira. Morbius parla di una forza invisibile che ha eliminato gli altri, uno dopo l’altro: un orrore che non si mostra, ma agisce, sabota, uccide.
Morbius mostra all’equipaggio della C-57D i resti dei Krell, una civiltà avanzatissima scomparsa in una sola notte 200.000 anni prima, con una tecnologia capace di materializzare qualsiasi cosa… persino ciò che l’essere umano nasconde a se stesso. È qui che il film sfiora il techno-horror: l’idea più pericolosa non arriva dallo Spazio, ma dall’interno.

Il pianeta proibito - Forbidden planet 1956 lobby card

Il film ottenne la nomination agli Oscar per gli effetti speciali, un riconoscimento che già allora dimostrò come quel lavoro tecnico fosse percepito come superiore alla media del genere.
La sequenza iconica del mostro: non una creatura mostrata, ma una presenza resa con contorni, energia, lampi. Un’idea semplicissima, spaventosa e terribile: a volte, l’effetto più potente è quello che lascia lavorare l’immaginazione dello spettatore.

Il Pianeta Proibito è uno di quei film che non si limitano a lasciare un ricordo: lasciano un’impronta. Nel corso dei decenni ha influenzato generazioni di registi e ha fornito alla fantascienza un vocabolario visivo e narrativo che altre opere hanno ripreso, rielaborato, aggiornato. Citare tutti i titoli che, direttamente o indirettamente, gli devono qualcosa sarebbe impossibile.
Per Star Trek la parentela non è soltanto percepita dai fan, viene riportato che nella biografia autorizzata di Gene Roddenberry il film è citato come fonte d’ispirazione, con l’idea di farsi stimolare senza copiarne meccanicamente le soluzioni.
In questa discendenza, vale la pena citare anche Mario Bava. Il suo Terrore nello Spazio (1965) intercetta determinati elementi: l’approdo su un mondo ostile, l’idea di un mistero più grande dell’equipaggio e, soprattutto, quella sensazione che dietro il silenzio del pianeta ci sia la traccia di qualcosa di enorme, antico, già estinto. Alcune letture critiche hanno notato come il film di Bava rievochi l’atmosfera de Il Pianeta Proibito, proprio nel modo in cui trasforma l’esplorazione in suspense, con una minaccia che sembra nascere dall’invisibile.
Anche Doctor Who mostra una certa influenza: Planet of Evil (1975) sembra una trama concepita come una sorta di miscela fra Il Pianeta Proibito e Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, riprendendo proprio l’idea della minaccia invisibile e la creatura resa come contorno luminoso.
È così che nei decenni Il Pianeta Proibito diventa un modello, non per delle scene copiate, ma per i suoi elementi narrativi: missione su un pianeta remoto, civiltà scomparsa, tecnologia avanzatissima, e l’orrore che nasce quando la mente incontra un potere troppo grande.

Questo 70esimo anniversario è l’occasione per conoscere meglio il film. Nei prossimi speciali racconteremo, con ancora più precisione, come sono nati i suoi mondi: i set MGM, gli effetti speciali, le miniature, i costumi, la progettazione di Robby e la sua messa in scena. Perché è anche da qui che la fantascienza cinematografica ha iniziato a parlare con una voce più seria.

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