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Rivalutare Fuga da Los Angeles di John Carpenter

fuga da los angeles

Per anni Fuga da Los Angeles è stato oggetto di critiche esagerate: “è la copia di Fuga da New York, ma più stupido”, “troppo tamarro”, “la CGI è inguardabile” e tante altre più volgari. All’uscita, nel 1996, il film fu accolto con freddezza, schiacciato dal confronto inevitabile con il suo predecessore e rapidamente archiviato come un sequel non riuscito.
I difetti ci sono ed è giusto riconoscerli, perché rivalutare Fuga da Los Angeles non significa negarne i limiti. L’eccesso di battute e ironia talvolta indebolisce la tensione e rende il film meno incisivo del primo. La CGI, soprattutto in alcune sequenze, era problematica già all’epoca ed è invecchiata male. La struttura narrativa, simile a quella di 1997: Fuga da New York, ha favorito l’idea di un semplice remake più fumettoso.
Questi difetti vanno letti anche come parte integrante del progetto: Carpenter spinge volutamente sull’eccesso, accetta il rischio del ridicolo pur di colpire. Non sempre ci riesce, ma quando ci riesce, lo fa con una lucidità che oggi appare più evidente.

Col tempo, specialmente sui social, si è creata una situazione curiosa, quasi paradossale. Fuga da Los Angeles è diventato uno di quei titoli che molti fan di Carpenter dichiarano di disprezzare, spesso senza ritegno, commentandolo anche maleducatamente. Fa un certo effetto notare come questo atteggiamento conviva con una venerazione per Carpenter, celebrato come autore libero.
Eppure Fuga da Los Angeles non è un capriccio solitario di Carpenter, né un film fatto controvoglia. La sceneggiatura è firmata da John Carpenter insieme a Kurt Russell e Debra Hill, una collaborazione tutt’altro che marginale, che chiarisce come il progetto sia stato il frutto di una volontà creativa condivisa. Non si tratta quindi di un’opera subita o imposta dall’industria, ma di un film voluto, pensato e costruito da un gruppo di autori che avevano già dimostrato, in passato, una visione chiara e una forte personalità. Liquidarlo come un errore significa non solo semplificare il discorso, ma anche rimuovere una parte fondamentale del contesto creativo.
Vale la pena di tornare a guardare Fuga da Los Angeles con maggiore attenzione; non per assolverlo a tutti i costi, ma per capire cosa stessero cercando di fare Carpenter e i suoi collaboratori. Oggi molte delle loro intuizioni risultano meno esagerate, ma più inquietanti.

Fuga da Los Angeles

A differenza di 1997: Fuga da New York, che lavorava maggiormente per atmosfera, Fuga da Los Angeles sceglie la strada dell’eccesso, anche per la moda cinematografica di quel periodo. La distopia del film è volutamente urlata: un’America trasformata in una teocrazia moralista, governata da un presidente a vita che bandisce comportamenti, linguaggi e stili di vita ritenuti “impuri”. Chi non si conforma viene deportato, isolato, cancellato.
Negli anni ’90 questa visione poteva sembrare una caricatura grossolana. Oggi, invece, suona come una satira meno lontana di quanto si vorrebbe ammettere.
Fuga da Los Angeles non prende di mira solo la politica, ma anche la cultura pop e lo spettacolo. Non a caso, l’isola-prigione di Los Angeles è una sorta di insieme di figure allegoriche e personaggi con caratteristiche esasperate. Una società che vive di immagine, in cui tutto è spettacolo, anche la ribellione.

Un esempio della lungimiranza con cui Fuga da Los Angeles osserva la cultura degli anni ’90 è rappresentato dal personaggio interpretato da Bruce Campbell, il capo chirurgo di Beverly Hills. Il personaggio incarna l’ossessione esasperata per il corpo e la chirurgia estetica: un’autorità quasi grottesca che rappresenta una società in cui l’identità fisica è trattata come prodotto da modellare, migliorare e normalizzare a tutti i costi. La presenza di questo personaggio funziona come critica a una concezione della bellezza e del corpo che nella cultura degli anni ’90, cominciava a emergere, ma che oggi è diventato un fenomeno di massa. Questo elemento è inserito con ironia e senza moralismi.

In questo discorso rientra anche un dettaglio spesso trascurato, ma oggi particolarmente significativo: il capo banda Hershe Las Palmas (precedentemente “Carjack” Malone), il personaggio interpretato da Pam Grier, una donna transgender conoscente di Snake Plissken. Nel film questo elemento non viene sottolineato, ma è semplicemente parte del mondo raccontato. Negli anni ’90 questo aspetto passò quasi inosservato o venne liquidato come un’ulteriore stranezza del film. Oggi, invece, appare come un’altra intuizione, capace di intercettare in anticipo temi sociali, senza retorica e senza compiacimento.
Qui Carpenter lavora quasi per parodia: il film sembra “stupido” perché sta fingendo di esserlo, usando lo stile dell’action movie anni ’90. Non c’è eroismo, la violenza è grottesca e l’azione diventa un numero da circo. Una scelta consapevole, non sempre riuscita, ma coerente con l’intento.

Fuga da Los Angeles (1996)

In questo contesto Snake Plissken non è più solo un fuggitivo, ma una figura apertamente anti-ideologica. Non crede al presidente, non crede ai rivoluzionari perché li vede tutti come varianti della stessa figura. Snake non combatte per l’idea di un mondo migliore, ma combatte per negare il potere a chi vuole esercitarlo a tutti i costi. Snake, anche questa volta, è un protagonista profondamente carpenteriano: cinico, disilluso, incapace di fidarsi del prossimo.
Negli anni ’90, il dispositivo elettronico del finale, in grado di disattivare ogni tecnologia elettronica sul pianeta, sembrava una trovata da fumetto, mentre oggi, in un mondo totalmente dipendente da reti e connessioni, sembra più plausibile.
La scelta finale di Snake è radicale e nichilista: non usa il potere per instaurare un ordine migliore, ma per togliere a tutti la possibilità di controllare gli altri. Non è una soluzione, è un azzeramento. Il finale non offre conforto né speranza, ma suggerisce che, in un mondo costruito su controllo e sorveglianza, l’unico gesto davvero sovversivo è spegnere tutto e costringere l’umanità a ricominciare in modo migliore.

Visto oggi, Fuga da Los Angeles non è un sequel fallito, ma una commedia dark travestita da action movie, un film che usa il linguaggio dell’eccesso per parlare di controllo, moralismo, spettacolarizzazione e dipendenza tecnologica.
Non è il film più elegante di Carpenter, ma è forse uno dei più onesti e diretti, disposto a risultare sgradevole pur di non tradire il proprio messaggio.

È uscita l’edizione economica della “Guida ai film di fantascienza di John Carpenter”

Escape from Los Angeles (1996)

Escape from Los Angeles (1996)